È un "sogno di luce" la musica del collettivo Arbos. Intervista a Lorenzo Calza

C’è voluto il Quattro Festival per poter avere finalmente fra le mani "sogno di luce" il cd degli Arbos già ascoltati al Cuncertass ma con un orecchio al palco e l’altro alle chiacchiere con le tante persone che in queste occasioni incontri.

Cantavano CSNY: “A mas‘s a man who looks a man Right between the eyes”.

Esattamente quello che capita alle canzone degli Arbos. Sono canzoni che sembrano guardarti dritte negli occhi mentre si srotolano lungo il loro evolvere sulle note della musica. Canzoni che forse si avvicinano di più ad una rappresentazione teatrale nella quale gli attori, i musicisti, narrano storie di uomini e donne, di aspettative e di soprusi, di libertà e di impegno civile e politico.

Proprio così, canzoni politiche, con tutta la passione che questa parola, di questi tempi tanto vilipesa e osteggiata (soprattutto oltraggiata), si porta dentro. Canzoni nelle quali traspare immediatamente il carattere di impronta sociale nel quale riconoscersi e dal quale trarre spunto per riflessioni e, perché no, di rinnovata forza per un vivere quotidiano più consapevole.

Gli Arbos nascono a Genova, città crocevia di culture e città che racchiude l’eterno fascino  di persone che si incontrano e si raccontano le proprie storie. Così è per gli Arbos, che per noi piacentini riporta alla memoria la “fabbrica” per antonomasia, quella della storia operaia degli anni settanta.

Il disco ce lo racconta il piacentino Lorenzo Calza, frontman e autore dei testi degli Arbos. Lorenzo che conosciamo per la sua bravura come sceneggiatore del fumetto di Julia al quale chiediamo anche di parlarci del suo lavoro ma lui glissa signorilmente con un: “In un'intervista su un collettivo, dilungarmi su di me sarebbe irrispettoso. Basta leggere "Julia", "She", i romanzi: da quel che ho scritto e disegnato si capisce tutto”

E allora parlaci degli Arbos, come e quando sono nati. Perché è stato scelto questo nome molto legato a Piacenza visto che, a parte te, tutti i componenti sono di Genova. Come vi siete incontrati?

La prima volta, Adriano (Adriano Pitzalis) mi ha regalato dei limoni. Un gesto che mi è rimasto impresso.
Sono passati quattro anni, ci ha fatti conoscere un amico comune. Io cercavo un gruppo; Antonio (Antonio Isu), il chitarrista, e Adriano, il batterista, cercavano un cantante per un progetto abbastanza hard. A loro è andata male, più che un cantante rock gli è arrivato un urlatore di cose represse. Massi (Massimiliano Passarella), il bassista, già si aggirava dalle loro parti. Da ultima, si è aggiunta la ghironda di Davide (Davide Bonfanti). Io e lui abbiamo parlato del progetto davanti a una birra, mentre ripulivamo i giardinetti del quartiere, per i nostri bimbi.
A un certo punto - dopo un paio di mesi in cerca d'identità - nella calura della sala prove, salta fuori questo giro duro e veloce. Ci improvviso sopra un testo di getto, la canzone sembrava già scritta.
Era la storia dell'Arbos, la fabbrica piacentina in cui lavorava mia madre, che entrò in autogestione per due anni, nel '75. Il brano è rimasto tale e quale, come è uscito. Ci esaltò così tanto da risolvere il problema del nome del gruppo. "Arbos", da dato autobiografico, diventava un concetto, un territorio sonoro e narrativo, un logo più che un luogo. Il crocevia in cui trovarsi, per un gruppo apolide, di provenienze geografiche e gusti musicali differenti.
Quel logo, me lo sono tatuato.

"Sogno di luce" è un album molto sociale, anzi politico. Come mai avete scelto questa strada?

La strada delle nostre vite, della crisi della società, ci scorre sotto i piedi, impossibile non percorrerla. Alcuni possono legittimamente riempirla di distrazioni, di testi vacui, ombelicali, di rime fine a se stesse, di musica rarefatta o di facile ascolto. Noi, non siamo capaci. "Sogno di luce" è un distillato delle cose che ci venivano in mente, delle nostre esperienze. Basaglia e la malattia mentale, il migrante, la fabbrica, il disagio giovanile. Credo però che abbiamo trovato un modo di affrontare i temi "laterale", narrativo, non fatto solo di slogan.
"Non andar via, segui questa nostra scia. L’unica vita che vale la pena di essere vissuta sta nella bellezza quando questa parte dalla consapevolezza”. È il ritornello de "L'uomo in rivolta", canzone su Albert Camus, un intento programmatico.
"La rivolta è quintessenza dell'amore".

Video: Padiglione 25

Un album, quindi, in controtendenza rispetto alla vacuità delle canzoni di oggi, a parte pochissime eccezioni.

Non tutte sono vacue. La tanto discussa "Trap", ad esempio, è piena di testi potenti. Centinaia di migliaia di ragazzi li recitano a memoria, insieme, come per ridare senso al fiume di parole che scorre ovunque. Tutto quello che ci gira intorno è importante, credo. Basta farsi spugna e da ogni parte arriva qualcosa.

Pensate che questo vostro messaggio possa indirizzare a una maggior attenzione dei giovani, delle persone in genere, verso un impegno sociale? oppure è una vostra "valvola di sfogo" della rabbia accumulata verso le ingiustizie che si osservano quotidianamente?

Non ci interessa cambiare nessuno, ma suonare. O uno sente dentro il richiamo del tempo e dei suoi simili, o si fa i cazzi suoi. Se devo scegliere, mi piacerebbe arrivare di più ai secondi. Sarebbe intrigante attaccare "Arbos" nel mezzo di una festa di ricconi, in villa, per intenderci. E poi parlarne.

Rispetto alla "vision" socio-poltica" le vostre canzoni ricordano canzoni di lotta sociale fine anni 60 e anni 70. Pensate che nella canzone italiana di questo periodo storico possano avere spazio questo tipo di canzoni?

Si capisce dall'evoluzione dei rapper, della trap stessa. Si sente affacciarsi De André anche tra di loro. Qualche riff di chitarra, una maggiore ricerca melodica. Tutto si evolve.

Se dovessi scegliere la canzone, fra quelle che avete scritto, che ha segnato e caratterizzato gli Arbos e con al quale avete detto "ok possiamo scriverne altre"?

Massi parte con un giro di basso, ci recito sopra una cosa che avevo per le mani, una poesia di Wislawa Szymborska. Funziona, ci scrivo sopra un altro testo; arriva il colore della tromba di Davide, Antonio cerca nuove sonorità con la chitarra, Adriano studia una batteria nervosa, sincopata. Alla fine, ne esce "Padiglione 25", di cui si trova il video su Youtube.

Quali sono i tuoi riferimenti culturali, i maestri a cui ti sei ispirato?

John Ford, Karl Marx, Platone, Dashiell Hammett, Giancarlo Berardi e il post punk/New Wave.

Infine però una domanda su di te è proprio d’obbligo! Come ci si sente a ricevere il premio "Premio Coco" come miglior sceneggiatore in Italia?

Onorato, dopo vent'anni di carriera. Anche perché adoravo il maestro Giuseppe Coco, grande illustratore. 
Le statuette sono sempre fragili, però. ;-)