Audiozone Studios mette il suono in banca! Il progetto internazionale raccontato da Leonardo Tedeschi

Un progetto grande, forte, nato tanto tempo fa e da una grande passione per tutto quello che è musica, e che sta facendo il giro del mondo. Noi proprio non potevamo non parlare della Banca del suono, il progetto che sta diventando realtà proprio in questi giorni all’Auditorium Giovanni Arvedi di Cremona, e che vede protagonista una realtà piacentina che negli anni ha fatto tanta strada: Audiozone Studios.

Banca del suono è un progetto creato dalla collaborazione di Audiozone Studios con il Comune di Cremona, il Museo del violino della città lombarda e del network Friends of Stradivari; e che andrà a registrare in tutte le loro sfumature i suoni di 4 strumenti che possiamo considerare “monumenti” della musica, suonati da 4 mastri di livello internazionale, in modo da creare un incredibile database musicale consultabile on line.

Gli strumenti al centro del progetto sono la viola Girolamo Amati “Stauffer”, il violoncello Antonio Stradivari “Stauffer”, il violino Antonio Stradivari “Vesuvio”, il violino Guarneri del Gesù “Prince Doria”; e a farli suonare sono rispettivamente i maestri: Wim Janssen, Andrea Nocerino, Antonio De Lorenzi, Gabriele Schiavi.

A questo punto non potevano mancare le parole di una delle due anime di Audiozone Studios, e allora abbiamo intervista Leonardo Tedeschi, che insieme a Mattia Bersani, stanno dando vita al progetto proprio in queste ore.

Quando avete aperto Audiozone Studios vi sarebbe mai passato per la testa di arrivare ad un progetto del genere?

L’idea di base era nata addirittura prima di aprire l’azienda, anzi, abbiamo voluto fortemente iniziare noi prima di partire con il progetto alla ricerca di partner, questo per darci da subito un inquadramento più professionale. All’inizio questo progetto lo vedevamo nella versione “sogno” per cercare dei partner per portare le nostre idee in tutto il mondo, e poi invece è successo per davvero. Quello che ci ha permesso di passare dal sogno alla realtà è stata l’ambizione.

Com’è passare dal vostro storico studio da parte a via Roma, all’auditorium Giovanni Arvedi?

È sicuramente una emozione molto grande. Poi personalmente è stato un cambiamento notevole perché fino a 30 anni non mi era capitato di dover comprare così tante camicie come in questo momento! Adesso in mezzi a curatori, presidenti, sindaci e situazioni molto eleganti, non potevo non farlo. Dal nostro “garage” a qui è stato un grande passo, ma questo è solo un punto di partenza.

Per voi che siete abituati ad usare tanto i supporti tecnologici, cosa significa avere a che fare con dei Guarneri, Amati e Stradivari; e con maestri di livello internazionale?

Per gli strumenti, è una emozione molto grossa riuscire ad avere a disposizione quello che viene conosciuto come il quartetto Paganini. Per maneggiare oggetti come questi ci vogliono assicurazioni, procedure, e via dicendo, e all’inizio sei un po’ terrorizzato, però poi sai che chi ce l’ha in mano è un professionista e allora ti tranquillizzi. Per quanto riguarda proprio i maestri, è forse più difficile perché si sentono sotto gli occhi di mille telecamere puntate su di loro e la cosa può mettere in soggezione, ma in poco tempo anche loro si abituano subito a questa nuova situazione.

Di questo progetto me ne aveva già parlato Mattia qualche tempo fa e mi sottolineava l’importanza di avere contatti e partner. E poi cosa serve?

Sicuramente la prima cosa è l’organizzazione e non farsi prendere dall’impulsività: quando noi creativi abbiamo un’idea, pensiamo che sia la più bella che abbiamo mai avuto, (tipo 20 volte al giorno, e poi magari ti rendi conto che di quelle 20, 21 erano sbagliate!), e vorresti subito correre per fare qualcosa, però non si fa così. Per ottenere un progetto del genere ci vuole tanta organizzazione, non ci si può presentare al Museo del violino e bussare delle porte, ma cercare prima un contatto che ti introduce. Per noi questo contatto è stato il Prof. Janssen, che coordina i musicisti di Banca del suono, e che ci ha portato da Paolo Boldini, l’ex sindaco di Cremona e ora Presidente di Friens of Stradivari. Lui ci ha dato una prima apertura che ci è servita per andare da quello che è diventato il nostro partner per la parte software con in mano già qualcosa.

Un progetto che viene da lontano. Quanto tempo c’è voluto per arrivare a questo mese di registrazioni in centro a Cremona?

Molto perché l’idea c’era già quando stavamo pensando all’apertura di Audiozone, perciò 6 – 7 anni fa. Se tutto va bene, anche se qualche ritardo lo possiamo mettere già in conto, dovrebbe essere tutto pronto per la primavera 2020, perciò quasi 9 anni dalla prima idea. Le tempistiche non le sappiamo con precisione, quello che sappiamo già da ora però è che sarà bellissimo.

Siete più preoccupati dal bloccare parte di Cremona per un mese (per la massima insonorizzazione per questo mese di gennaio verranno chiuse alcune vie vicine al luogo delle registrazioni) o di essere ormai considerati un eccellenza piacentina?

La preoccupazione per la città già ad oggi non c’è più perché la gente ha risposto molto bene a questa cosa e i residenti sono molto contenti di come stiamo gestendo il tutto. Per la parte “eccellenza piacentina”, ovviamente è una cosa che ci interessa molto: noi potevamo aprire Audiozone ovunque, ad esempio in Irlanda per un discorso fiscale, o in Germania dove ci sono tante opportunità, ma lo abbiamo fatto a Piacenza con un progetto legato al nostro territorio. Ora, continuando su questa strada, speriamo di diventarla a pieno una “eccellenza”.

Il sindaco di Cremona ha detto che questo è un progetto che consegna alle generazioni future i suoni di questi strumenti. Riportando questo ai giorni nostri, quali sono i suoni di questi anni che possono avere così grande fama anche nei decenni a venire?

Noi sicuramente non pensavamo, venendo dall’elettronica, di trovarci di fronte ad un progetto sui violini, però il mondo è sempre alla ricerca del richiamo del passato, del ricordo e c’è molta nostalgia dei suoni che vengono dai decenni predenti. Negli anni ’60 si usavano suoni di 20 anni prima, negli anni ’80 si riprendevano quelli dei ’60 e così via, però, per tornare alla domanda, ci sono quelli senza tempo come questi. Ti rendi conto che hai davanti un pezzo di legno che fa tremare le pareti a metri di distanza, completamente diverso da quello che può fare un sintetizzatore, e in un momento in cui vanno le silent disco avere a che fare con strumenti che hanno un valore unico, capisci che l’esperienza è completamente un’altra. Sono sicuro nel futuro saranno ancora loro i protagonisti, molto di più degli strumenti elettronici e speriamo che anche noi con questo progetto riusciamo a dare una mano a questo processo.

Per chiudere: l’innovazione del suono è il vostro lavoro, ad oggi qual è il futuro del suono?

La strada è sicuramente legata alle nuove tecnologie, come la realtà virtuale e aumentata per l’uomo 2.0. Proprio a Cremona hanno registrato i suoni di archi di cui, anche a distanza, capisci nitidamente da dove proviene il suono di uno strumento e quello di un altro. Poi i videogiochi di alta qualità dove il personaggio riesce a sentire i suoni nello spazio, andando nell’interattività dell’audio. Per quanto riguarda la musica vera e propria, in questo momento la storia è molto diversa: ce n’è troppa e troppa di livello medio.