VideoTime: da Genova la follia e la lotta degli Arbos

 

Il VideoTime di oggi arriva dalla Liguria ed in particolare dalla splendida Genova. Perché?! Ma perché al di là dell’appennino c’è una band che si chiama Arbos (e già qua i contatti con Piacenza li potete intuire) ed è formata dalla chitarra di Antonio Isu, il basso di Massimiliano Passarella, la ghironda di Davide Bonfanti, i tamburi di Adriano Pitzalis e la voce di Lorenzo Calza.

Ed è proprio lui che ci ricollega a noi perché anche se da anni lavora e vive a Genova è piacentino DOC (ultimamente spesso in città per Storie di Barriera, un concorso letterario under 35 per scrittori e illustratori. Ndr). Abbiamo cercato Lorenzo per fare qualche domanda sul video della loro Padiglione 25, registrato (altro collegamento con Piacenza) all'Elfo Studio. Ecco cosa ci ha detto.

Intanto come prosegue il progetto Arbos, che oltre a vedere te come voce della band, si è mostrato live per la prima volta a Tendenze 2016.

Musicalmente - e non solo - il clima generale è asfittico. Si fatica a trovare posti dove suonare; le piattaforme web, per essere davvero performanti, andrebbero blandite e seguite a dovere; i cd sono un supporto ormai desueto. Insomma, per chi disdegna un protagonismo vuoto, e privilegia spessore e contenuto, è dura fare musica oggi. Per questo andiamo avanti ostinati, per affrontare la durezza. Abbiamo trovato uno stile, mediazione di cinque teste diverse, e quel che ci accade intorno merita di essere raccontato, cantato, urlato. Questo è il nostro marchio di fabbrica. Sì, perché “Arbos" è una fabbrica musicale, con tutte le difficoltà della fine della società industriale. Ma noi operai siamo innamorati del nostro prodotto libertario, e questo amore supera ogni alienazione.

Sull'attualità e sul pezzo: è tratto da un live in una serata d'estate in un luogo speciale. Ce lo vuoi presentare?

L’ex-ospedale psichiatrico di Genova Quarto è un luogo tragico e magico, insieme. Merita di essere visitato da tutti. Lì dentro si conserva il ricordo del manicomio e la lotta civile e culturale per uscirne. Un “museoattivo”, con le opere dei degenti esposte insieme a quelle di grandi artisti, il bar gestito dagli utenti, un laboratorio di ceramica, vari presidi sanitari. E quelle finestre, da cui provengono le voci di chi ci è passato, internato, e di chi c’è ora. Ecco, in una sera d’estate, abbiamo suonato lì. Un concerto indimenticabile. Lo scenario, le luci, le lenzuola dei degenti appese sullo sfondo…
Nicolò Metti è un abile videomaker, di grande sensibilità e impegno civile, soprattutto sul tema evocato dalla canzone. Ha filmato tutto, e poi ha confezionato un grande video. Ecco perché “Padiglione 25” è così intensa, vera. Nasce da circostanze volute, da passioni vive.

Questo è un brano che parla della "rivoluzione Basaglia", di follia e libertà. Queste ultime due parole che significato hanno nel 2019 per te, per gli Arbos?

Un significato dirompente, usate insieme. Come accadde negli anni Sessanta e Settanta, nei quali maturò l’unica grande rivoluzione in Italia, quella di Franco Basaglia. Oggi è in atto il Sessantotto delle forze reazionarie, e le parole sono opposte. Ordine, disciplina, chiusura, divisione, muri. Stiamo tornando una società coercitiva, carceraria, manicomiale. Vedrete che presto verrà risollevato il tema dei "matti lasciati per strada". Come capita per i migranti e per tutti i diritti civili, si costruirà una realtà artefatta, alterando i dati e la percezione pubblica. Rimuovendo la sofferenza invece di indagarla, affrontarla. 
In questo senso, “Padiglione 25” è una canzone preventiva, di resistenza preveggente!

Che cosa può essere rappresentato oggi da quel cavallo blu?

Il galoppo di un mondo di idee. Marco Cavallo era fatto di legno e cartapesta azzurra, di terra e cielo, una “macchina teatrale” ideata nel ’73 dentro il manicomio di Trieste. Venne fatto uscire e portato per le strade di ogni città, come manifesto di liberazione e integrazione. 
Gli Arbos ne terranno sempre uno sul palco.

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