Folklore sardo e dibattito attualissimo sul fine vita, canti tradizionali e sperimentazione elettronica, I fili dell’anima (ovvero La femmina Accabadora), l’opera prima di Daniele Delogu, presentata al Teatro Municipale di Piacenza, contiene moltitudini
L’opera è il debutto librettistico di Greta Brigati, musicista e poetessa piacentina
L’opera e il compositore
Delogu, classe 2001, una vita divisa tra la Sardegna, la sua terra, e Piacenza, dove studia al Conservatorio Nicolini, è un compositore multiforme, poliedrico, capace di tenere insieme un animo cantautorale (dietro lo pseudonimo Nilo) e un’attenzione ai linguaggi della musica contemporanea multimediale, si pensi a L’Histoire selon PPP e Commencement presentati al festival Camino Controcorrente della provincia di Udine.
La sua ultima opera, I fili dell’anima (ovvero La Femmina Accabadora), è un viaggio volto a riattualizzare la figura dell’accabadora e a far riflettere sul tema dell’eutanasia. Sullo sfondo, una Sardegna folklorica ma ibridata con i nuovi linguaggi multimediali, con una commistione di strumenti orchestrali (flauto, clarinetto, tromba, percussioni, pianoforte, archi), ma anche basso elettrico, live electronics e video scenografie.

Maria, la protagonista, interpretata dalla virtuosa della voce Felicita Brusoni, coniuga alla propria vita da insegnante anche l’attività di accabadora, cioè pone termine alla sofferenza dei morenti. Quest’ultimo ruolo, fondamentale nella società sarda, viene assunto come impegno inderogabile, come ricordato in alcune battute del libretto che tornano attraverso l’opera: “in ogni paese ci deve essere sempre un’accabadora”.
All’accabadora sono legate anche iconografie riprese nella rappresentazione (con attitudine decisamente dark): il vestito scuro con cappuccio, per celare l’identità dell’esecutrice, ma anche il giogo, cioè il martello con il quale terminerà le sofferenze dei moribondi, al centro di alcuni dei momenti più carichi di pathos, sollevato ed esibito.
Ad aumentare la tensione, la cerimonia di vestitura, durante la quale la protagonista viene circondata dal coro mascherato, vestito di bianco e di nero, una dualità di luci e ombre, aspetti negativi ma anche positivi legati alla morte, come a dire che non è tutto nero.
Lo spettacolo si snoda come un contrappunto tra chi è in scena, attori (Corina Baranovschi, Luocheng Shi e Lanting Wang) e coro, e ciò che invece è registrato, come la voce di Daniele Delogu, in un dialogo che rimanda a continue ibridazioni con la multimedialità (con la partecipazione di Luca Delogu, fratello di Daniele) e l’elettronica.

Ovviamente uno spettacolo di così ampio respiro ha necessitato la collaborazione delle tante anime del Conservatorio: l’Ensamble contemporaneo degli studendi del Conservatorio diretto dal Maestro Daniele Balleello; maestri e un impressionante dispiegamento di studenti del Dipartimento di Musica Elettronica e del Corso Regia del Teatro Musicale, tra i Maestri Roberto Recchia, Alessandro Ratoci, Corrado Casati, Riccardo Dapelo, Giuseppe Rizzo.
Il libretto dell’opera è stato scritto dalla piacentina Greta Brigati (2002), laureata in Lettere Moderne, studentessa di Pianoforte al Nicolini, insegnante di musica, ma anche autrice (Tormenti del 2022) e impegnata in laboratori teatrali.
A seguire un’intervista a Daniele Delogu, compositore, e a Greta Brigati, librettista.
Intervista a Daniele Delogu
Piacenza Music Pride (PMP): ciao Daniele, come nasce I fili dell’anima, sia a livello tematico che compositivamente?
Daniele: I fili dell’anima è un’opera che tratta di un personaggio della cultura sarda che prende il nome di “Accabadora”. Ho deciso di trattare di questa figura perché credo che, nonostante sia un personaggio del passato, rappresenti dei temi che, oggi più che mai, sono centrali nella nostra società. Da ciò che ci ha preceduti riceviamo grandi lezioni di vita che ci aiutano a comprendere il presente ed a costruire il nostro futuro. Questo personaggio evidenzia la doppia faccia della morte. Siamo portati a pensare che la fine del nostro percorso terreno sia sempre un qualcosa di negativo ma ci dimentichiamo di tutte le persone che soffrono nel continuare a vivere. Per questo ho deciso di rappresentare questa figura, per dare voce a coloro che soffrono in silenzio e non hanno la possibilità di scegliere come terminare il proprio percorso.
PMP: quanto è durato il processo compositivo?
Daniele: il processo compositivo è durato circa 3/4 mesi. Dal momento in cui il libretto è stato scritto mi sono gettato a capofitto nella stesura della partitura musicale. Il processo è stato tanto complesso quanto rapido. La musica scorreva e le idee che avevano erano varie e potenti e mi hanno permesso di scrivere una partitura che ancora adesso mi rende orgoglioso
PMP: qual è il tuo rapporto con la cultura e il folklore della tua terra, la Sardegna?
Daniele: la musica sarda, come i suoi personaggi, hanno un ruolo centrale nell’opera e nella mia vita. Continuo ad essere fortemente ispirato dalla mia terra e dalla cultura sarda. Credo che sia una regione sensibile, con delle forti radici storiche che si rivolgono al futuro. Durante la scrittura ho raccolto numerosi incisi tematici, della tradizione sarda, che poi successivamente ho elaborato ed inserito nelle mie composizioni. Anche dal punto di vista della musica elettronica è stato fatto questo lavoro. Vorrei che lo spettatore si trovi immerso in un contesto specifico e riconoscibile. Per far questo ho deciso di integrare, in specifici momenti dell’opera, canti e musiche della tradizione sarda anche nelle composizioni elettroniche curate da Alì Hosseini e Giuseppe Messineo
PMP: hai altre composizioni a cui stai lavorando?
Daniele: in questo sto lavorando a vari progetti, sto scrivendo un brano per orchestra che verrà eseguito a settembre e, allo stesso tempo, sto lavorando ad alcuni progetti minori. Infine, insieme ad alcun colleghi del Conservatorio, abbiamo creato un collettivo, “Multifonic”, che speriamo diventi un punto saldo per il territorio, dove gli artisti sono liberi di esprimersi liberamente ed innovare l’arte di oggi.

Intervista a Greta Brigati
PMP: ciao Greta, dalla musica, alla poesia di Tormenti (2022), la tua prima raccolta poetica, all’opera; I fili dell’anima, è la tua prima esperienza come librettista? Com’è stato passare dalla poesia alla scrittura del libretto?
Greta: è stata una cosa da una parte molto semplice perché mi sono immaginata la storia e ho lavorato con Daniele a quattro mani perché lui voleva che si sentissero e che venissero fuori determinate cose e io ho preso una strada, poi, insieme, abbiamo deciso di prenderne un’altra, quindi comunque è stata una cosa insieme. Io comunque mi sono trovata un po’, da una parte, in difficoltà perché ero un po’ spaventata perché è un’opera che viene rappresentata al Municipale, però nel processo di scrittura, a parte i problemi a livello registico, a livello del fatto che sul palco c’è una persona piuttosto che qualcun altro, è stato abbastanza semplice, nel momento in cui io e lui abbiamo preso la stessa strada.
PMP: come si scrive un libretto? Ci sono delle regole metriche da seguire?
Greta: dovresti chiederlo ad una librettista professionista, nel senso che le regole metriche da seguire dipendono dal compositore, Daniele mi ha sempre detto “vai tranquilla, scrivi quello che vuoi”, quindi a livello di metrica non sono stata molto attenta. È più il pensare che hai x personaggi, quindi un personaggio deve fare questo, possiamo fargli fare questo… cosa può succedere? Un immaginarsi concretamente qualcosa, ma nella tua testa può succedere la qualunque, nel momento in cui scrivi… a me parte soprattutto la mente e invece devi essere il più concreto possibile e scrivere il più concretamente possibile.
PMP: quali sono i tuoi riferimenti letterari e librettistici?
Greta: più che riferimenti librettistici, ho letto il libro della Murgia sull’Accabadora per informarmi su questa figura; ho letto tanti articoli, ho visto tanti documentari su questa figura.
PMP: Puoi rivelarci se hai altre opere letterarie, musicali, artistiche in lavorazione?
Greta: spoiler! Sto lavorando con Alice Brunelli per una installazione in Sant’Ilario dal 29 giugno al 3 luglio sulla violenza di genere, ma vista dalla parte degli uomini.









