Franguelli e Frigo | Un progetto per due: Mediagenic Newborn

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Mediagenic newborn

Un giovanissimo due piacentino ci porta un progetto che unisce tamburi e campionamenti

Debutto a suon di concept per il neonato duo formato dal percussionista Tommaso Franguelli e dal sound engineer suoni Luca Frigo, progetto nato in seno al Conservatorio G. Nicolini che ospiterà il Festival Piacenza in musica dal 12 al 20 settembre. Il 16 settembre, ore 11.00, sarà la volta di Mediagenic Newborn.

È uscito da poco tempo il teaser che anticipa la pubblicazione del video integrale della performance svoltasi in data 12 giugno 2020 presso il salone dei concerti del conservatorio Nicolini, in occasione della prova finale di Tommaso Franguelli, già membro dell’ensemble di percussioni Tempus Fugit. Mediagenic Newborn è il titolo della tesi e del percorso sonoro e intellettuale con cui il percussionista piacentino si è laureato, accolto con plauso e acclamazione dalla commissione.

Mediagenic-Newborn

Costituito da quattro brani cardine il concetto è quello di unire il gesto primo e rituale della percussione con quello delle nuove tecnologie e della musica elettronica: partendo da questi due estremi culturali per abbracciare la realtà contemporanea con gli occhi di due ragazzi “digitali”.

L’intervista

Per questo abbiamo cercato proprio loro due, Tommaso Franguelli e Luca Frigo per saperne di più su questo progetto

Come nasce il vostro duo?

Un fortunatissimo incontro di due anni fa, durante un evento del Conservatorio G. Nicolini, ci ha permesso di avvicinarci sia dal punto di vista personale che professionale. Ad unirci fin da subito è stato il comune intento di imbastire un progetto musicale che permettesse un connubio fra il tradizionale mondo della musica eseguita da uno strumentista e la realtà della musica elettronica, che anche all’interno dei conservatori sta diventando negli ultimi anni un’importantissima materia di studio.

Il progetto è lungo addirittura un’ora. Quali sono stati i passi per unire nella sua completezza i brani e quanto tempo di studio ha richiesto?

Una componente fondamentale è sicuramente stata lo studio pregresso di entrambi, in modo separato, fino a padroneggiare rispettivamente il ruolo personale che ciascuno ricopre all’interno della performance: lo studio dell’esecuzione dei brani per Tommaso, la ricerca degli aspetti tecnici, sonori e ambientali per Luca. Una volta compiuto questo lavoro, si è potuto unire il tutto per rendere finalmente l’esperienza di un flusso sonoro con soluzione di continuità.

Spiegaci la scelta dei brani di Hamilton, Garau, Scelsi.

Il denominatore comune è sicuramente il carattere fortemente contemporaneo di tali brani. Importante è anche l’ordine in cui sono stati posti all’interno della performance: i brani di Hamilton vengono più facilmente incontro ai gusti del pubblico, grazie alla maggiore semplicità in comparazione ai brani di Garau e di Scelsi che invece richiedono un ascolto più attento.
Anche gli strumenti impiegati rappresentano un fattore importante riguardo la continuità della narrazione durante il concerto. Ad esempio il vibrafono che funge da filo conduttore: è sempre presente, talvolta da protagonista, talvolta affiancato ad altri strumenti, eventualmente trasfigurato nella sua forma. La conclusione avviene invece con uno strumento atipico per la figura del percussionista: la chitarra, all’occasione utilizzata in modo alternativo.

Domanda simile ma perché strettamente collegata: la scelta dei suoni sui tanti campionati a disposizione, come è stata fatta?

Abbiamo ricercato una giustapposizione sonora tra le opere scelte e una libreria personale. Nel processo di selezione, ci siamo anche divertiti a sperimentare con i suoni della nostra banca dati, a volte trovando quasi per sbaglio una soluzione che incontrava il nostro gusto. L’obiettivo ricercato è quello di spiazzare e al contempo di permettere all’ascoltatore di immergersi nell’esperienza del concerto, composto, come sottolineato in precedenza, da brani fortemente collegati tra loro.

Tommaso Franguelli

Andando oltre la tesi Mediagenic Newborn, quali sono gli spazi musicali che vedete per dei progetti così innovativi?

Personalmente, abbiamo una grande flessibilità: il progetto potrebbe rivelarsi interessante non solo per un ambiente di studio e crescita come quello del conservatorio, ma anche in ambienti sia di tipo tradizionale (ad esempio in sale da concerto) che invece più contemporanei, che possono vedere coinvolto un pubblico più giovane. L’obiettivo del progetto resta quello di unire diverse realtà: questo si rispecchia anche nella scelta degli spazi musicali e nella ricerca dell’incontro con il gusto dell’ascoltatore.

E come duo, avete già nuove idee da portare avanti in coppia?

Per il momento ci stiamo concentrando sul progetto Mediagenic Newborn, cercando di donargli più visibilità (non è purtroppo stato possibile nell’ultimo periodo di chiusure). La speranza per il futuro è chiaramente di poter continuare questa riuscita collaborazione con progetti ancora più innovativi e fuori dagli schemi, sempre alla ricerca di nuove frontiere inesplorate della musica.

Brani, strumenti e suoni

Mediagenic Newborn è diviso in due parti, di cui la prima prevede l’esecuzione di due brani del compositore americano Bruce Hamilton per percussione e nastro magnetico, nome tradizionale per identificare la traccia elettronica composta e registrata dallo stesso autore con la quale il percussionista imbastisce una sfida all’ultima nota, tra spasmodici cambi di tempo, saliscendi dinamici ed eccentrici virtuosismi.

Protagonista indiscusso in Interzones è il vibrafono, strumento dai tasti di metallo e proveniente dalla tradizione jazz americana, tradizione completamente reimmaginata dall’autore così come nel secondo brano Edge (Corrugated Box) dove i vocaboli ritmici, spesso presi in prestito dalla batteria jazz/rock, vengono stavolta affidati ad un più largo set di percussioni. Questo doppio confronto tra uomo e macchina conosce la sua risoluzione catartica nella seconda parte, tutta italiana, formata dagli intimi metalli di Principe del compositore sardo Lucio Garau e l’inusuale Ko tha del leggendario Giacinto Scelsi.

Luca Frigo

Liberatici dalle briglie del nastro magnetico, scompare la componente elettronica e può così iniziare il percorso verso una nuova consapevolezza: la musica quindi si fa natura e Il principe non appare altro che un’incessante ricerca verso un ideale principio di quello che circonda colui che ascolta e sa ascoltare nel tentativo di diventare un tutt’uno con la musica. L’approdo dunque a Ko tha, vera e propria danza in onore della dea indù Shiva, divinità che regola le sorti del cosmo, la sua distruzione e rinascita.

Il cerchio dunque si chiude, il velo di Maya squarciato, ma questo è possibile solamente se si rinuncia a tutto, alle proprie convinzioni, ai propri “strumenti” persino alle proprie gambe: è così che, seduto per terra, in posizione di rituale meditazione, solamente con il proprio bagaglio di gesti primitivi, si può dunque fondare un nuovo linguaggio e dare vita ad un nuovo ciclo.

Componente fondamentale: l’elettronica

Un’opera mastodontica di quasi un’ora di musica, un viaggio della mente e dello spirito che procede senza soluzione di continuità anche grazie agli intermezzi elettronici di Luca Frigo che per la composizione ha fatto affidamento alla sua ricchissima banca di suoni fedelmente registrati in tutte le parti del mondo, dallo studio di casa alla savana africana. Sound engineer tuttofare, il suo contributo va dai field recording alla vera e propria creazione di suoni di sintesi, dalla sonorizzazione e amplificazione dei brani in modo immersivo alla registrazione audio e video.

Quest’ultimo verrà reso pubblico prima della data presso il salone dei concerti del Conservatorio Nicolini del 16 settembre, destinata, causa normative vigenti, a cinquanta fortunati eletti.

Nell’attesa ecco l’anteprima: https://www.youtube.com/watch?v=MTMS0YUOcvo