Introspection | Matteo Corradi, un anno e mezzo di vita in 7 canzoni, sognando gli States

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Matteo Corradi

Scopriamo un artista che vive nella basso lodigiano ma che ha tanti contatti con Piacenza: Matteo Corradi

Di Matteo Corradi ne sentiamo parlare ormai da qualche settimana e il suo album, Introspection, carico di suoni che sanno di Oltreoceano, ce lo abbiamo per le mani già da giorni. Insomma, era già da tempo che ne volevamo parlare e adesso è arrivato il momento.

Questioni di tempo insomma, che in questo momento, purtroppo, non manca per tanti di noi ed in particolare per il protagonista di questa intervista, Matteo Corradi, che è stato tra i primi in Italia a dover rispettare la quarantena perché vive nel basso Lodigiano.

Con queste premesse, ecco la nostra chiacchierata con Matteo Corradi ed il suo Intrspection.

Con la quarantena, quanto le hai usurate le tue chitarre?

Fortuna mia, o meglio nostra, è che noi chitarristi siamo le persone con le mani più bucate del Mondo e perciò ne ho una vasta collezione e così ne uso un po’ una e un po’ un’altra in modo che un 5 ore al giorno riesco sempre a farle. Devo dire che su questo ho fatto un grosso errore, quello di bramare per un lungo momento lo studio per migliorarmi: suonavo e basta; però fai così per due o tre anni e poi scoppi. Così adesso anche quando avrei voglia, evito di tornare ad intossicarmi a quel modo. Oggi anche se sono libero, un film me lo metto su volentieri anche se potrei studiare. Una volta non lo avrei mai fatto.

Il tuo Introspection è un disco che si apre con Dreaming of New York e che dà subito l’abbrivio per capire che è tutto un “dreaming of USA”!

I suoni sono molto molto americani perché i miei ascolti arrivano principalmente da lì e da ciò che ha uno stretto contatto con il country, con quelle cadenze armoniche. Nonostante nell’album ci sia dentro molto pop, si arriva sempre lì, con chitarre resofoniche, armoniche… ed effettivamente i suoni e i sapori cono molto americani, e mi fa molto piacere perché il mio fine è quello. Questo si trascina anche nei brani, perché in inglese mi sento libero di scrivere come voglio e poi perché io penso una canzone in un modo e quel modo mi riporta sempre a quel mondo là.

Ci sono tante voci che cantano sulla tua musica. Come mai questa scelta?

Principalmente quando si suona, lo si fa in un posto isolato, con la chitarra o un pianoforte, e i tuoi pensieri. Io sono della filosofia che quando si è tristi si sta da soli e si scrive, e invece quando si è felici si va in giro. Dopo aver fatto tutto questo però sapevo che non ero un cantante, non mi sentivo pronto per cantare e allora non volevo fare qualcosa in cui non potevo dare il massimo. Allora con Ricky Ferranti e Daniele Mandelli, abbiamo scelto di trovare degli interpreti. In Italia sembra che ci sia solo il cantante e perciò questa scelta può sembrare strana, e peccando di orgoglio avrei potuto fare un’altra cosa, ma poi già dalle pre-produzioni ho capito che era meglio farle cantare ad altri. Ovviamente questo ha voluto dire rifare gran parte del lavoro, con i tempi che si sono allungati, però è stato un bel viaggio.

L’album di Matteo Corradi: Introsspection

Come sono nate queste scelte?

Ho scelto 4 femmine e 2 maschi ed è uscito un album variopinto a livello vocale. A me sarebbe piaciuto far cantare un brano ad ogni cantante ma sarebbe diventato tutto molto complicato e poi più lo ascolto e più penso che ci siano i cantanti giusti con il brano giusto. Dentro ci sono delle voci che conoscevo bene e che volevo assolutamente, come quelle di Giacomo Cassoni e Sara Matera, poi ne ho scoperte di altre, come quella di Martina Zoppi con cui ho trovato subito il feeling giusto e da cui è nata un’amicizia e una collaborazione che dura. Credo che questo debba essere un esempio per la musica in generale perché se ci facciamo la guerra tra di noi, siamo destinati a finire.

Torniamo appunto ai suoni: come per un buon vino, escono tanti sentori, da Springsteen a Cash, fino ad un tocco di country che ricorda ad esempio Sheryl Crown…

Hai detto un nome che per me è una montagna, che è quello di Sheryl Crow. È la musicista con cui vorrei suonare, vorrei scrivere come lei e vorrei fare quella musica lì. È la perfezione per il mio stile musicale, un country moderno mischiato al pop, ma con tanta freschezza. Il primo brano dell’ultimo album mi ha fucilato e forse è quella a cui mi ispiro di più, senza togliere niente agli altri che hai citato.

Lo hai già citato tu, e io lo riprendo. Una voce che mi ha colpito subito è quella di Giacomo Cassoni.

Lui è un artista di Codogno che con il suo trio fa blues e secondo me è fantastico, un artista enorme con una voce unica. Il pezzo che canta, Open your eyes, lo vedevo fatto per lui e infatti appena parte ti porta subito in quel Mondo, quello che sa di campagna e che però ti vuole trascinare in altri posti, diversi da quelli che consciamo. Come l’America appunto.

Però nel tuo backgound c’è anche qualcosa di italiano? Un nome a caso: Ligabue?

Ah beh si. È stato quello che mi ha atto apprezzare la musica da piccolo. Io sono nato in una famiglia agricola e la musica non era mai stata nei loro apprezzamenti, allora è stato tra gli amici a scuola che sono saltati fuori i primi dischi e mi riferisco ai primi di Ligabue. Cantavano di cose che conoscevo e mi colpì il fatto che un cantante potesse fare musica con quegli elementi. Ci sono stati anni che mi ha fucilato, per lui ho fatto tanti chilometri e per me quei dischi sono fantastici. Però effettivamente, pensandoci adesso, quelle canzoni sanno tanto di USA, come “Buon compleanno, Elvis” o in “Sopravvissuti e sopravviventi”, che per me rimane il suo album più bello, il meno mainstream e quello in cui aveva più cose da dire.

Dalle tue parti vive anche un altro cantautore che conosciamo bene, Ricky Ferranti. E dalle foto che vedo in giro, c’è anche un rapporto stretto…

Ricky è stato il mio primo insegnante, lo è tuttora e soprattutto è una persona fondamentale.  Mi ha fatto muovere i primi passi e insegnato a districarmi in questo mondo di leoni e serpenti. Per me è molto di più di un amico, oltre negli arrangiamenti, mi è stato vicino per tutto. Con lui ho condiviso tutte le scelte artistiche ed infatti i profumi che escono dal mio Introspection, ricordano tanto quelli dei suoi album. Semplicemente perché la mela non cade mai lontana dall’albero.

I pezzi sono tutti i tuoi. Se dei suoni ne abbiamo già parlato, i testi dove ci portano?

In un anno e mezzo della mia vita. Introspection già dal titolo svela il suo significato. Parla di un periodo in cui non ci stavo più dentro, in cui svegliarmi la mattina era davvero complicato. Dovevo esplodere e l’ho fatto in questo modo. Anche la copertina dice molto, infatti c’è una persona che non vede se stesso riflesso, ma un uomo accovacciato che è la sua parte interiore. Questi 7 brani sono parte della mia vita, di quello che mi stava succedendo. Ce ne sono alcuni più leggeri e altri più tosti, come ad esempio Dreaming of New York che parla di quando sono arrivato alle 8.30 di sera in Time Square, e ho visto un mondo che per me non esisteva; oppure Rise, una canzone che mi ricorda quando stavo andando sotto e dovevo rialzarmi. Questi sono solo due esempi di cose vissute di cui valeva la pena scrivere. Purtroppo un grosso problema della musica di oggi è che in molti non fanno canzoni per dire qualcosa ma solo per andare in radio o a Sanremo e infatti tante di queste cose non restano. Se non hai niente da dire, non vale la pena scrivere.

Matteo Corradi per il suo Introspectioncountry

Tornando all’America. Da quanto capisco per te non è solo un discorso musicale, giusto?

Mi ha sempre affascinata tutta. Dai telefilm allo stile di vita, quel loro eccesso, quell’essere folkloristici e legati alle tradizioni. Mi ha sempre incuriosito vedere cosa fanno ad Halloween o a Natale. In molti le chiamano americanate ma per me invece è essere attaccati alle tradizioni e ci vedo molta anima che qua invece si sta perdendo. Ti dirò: non mi dispiacerebbe farci due annetti da quelle parti.

C’è stato un lavoro molto forte anche sulla creazione del prodotto fisico per il tuo Introspection…

Io penso che quando fai una cosa, la devi fare al massimo. Anche perché poi quando ti volti indietro devi esserne orgoglioso. Oltre a questo, tutti quelli che hanno contribuito all’album, sono persone presenti nella mia vita. Come Lidia Perotti che è sia una grande pittrice sia una mia cara amica. Le foto anch’esse sono di una mia amica, Claudia Lozzi, e anche qua sapevo che andavo a parare bene. Un prodotto che in questo modo diventa più famigliare, vale anche per i musicisti che non sono stati scelti a caso, e per la location del set fotografico, lo Stige, che per me è una seconda casa. Introspection doveva essere un pezzo della mia vita e in questo modo lo è ancora di più.

Il fatto che sia fortemente “tuo” e della tua storia, è centrale. Lo riguarderai con occhi diversi tra qualche anno?

Diciamo che per certi versi lo sto già “rivedendo”. Nel senso che ad esempio se scrivi per una ragazza, cosa mai banale anche se è il sentimento di cui più si è scritto, non è detto che non si provino delle sensazioni simili al passato. Tra un po’ potrò dire se da alcune cose ne sono uscito oppure no, però posso dire che ci sono dei punti fissi per dire magari che “in quel momento ero uscito da una situazione in quel modo” oppure “mi ero ridotto così”.

In conclusione una novità: so che da qualche tempo è arrivata anche una etichetta…

Si ed è per questo che il disco ri-uscirà il 10 aprile. È la PA74 e mi dà l’opportunità di viaggiare con il disco in tutto il Mondo, in posti dove io non ci sarei saputo arrivare. Ci facciamo tante seghe per fare qualcosa e poi non sappiamo cosa farci. Spero che ne salterà fuori qualcosa di buono e intanto tra un po’ di giorni, uscirà anche un video. Ma oltre a questo, io sono già contento che possa arrivare nei sentimenti di qualcuno perché la musica non è un prodotto da fatturato. Poi non voglio essere ipocrita, se ci vuoi vivere deve essere anche un po’ così, però deve rimanere qualcosa dal punto di vista emotivo. Anche solo una persona che mi dice che lo ha ascoltato e capisce che cosa volevo dire, e io sono contento.