Una nuova storia punk. I The Ferrets e il loro “Lost my generation”

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Ma quanto ci piace incontrare dei giovani musicisti?! Tanto. E perciò anche oggi parliamo di un gruppo molto giovane della scena piacentina. Per voi infatti abbiamo incontrato i The Ferrets che proprio oggi lanciano il loro Ep “Lost my generation” con un live allo ChezArt ore 22 (dj set by Les Furies and the Rubbish). Ve li presentiamo in ordine crescente d’età: Gevi Driza (20 anni) alla batteria, Valentina Davì (22) al basso e voce, Corrado Casella (23 anni e 43 e mezzo di piede. Non si sa mai che a qualcuno interessasse. Ndr) per chitarra e cori.

Intanto partiamo dall’inizio, come nascono i The Ferrets?

Nasce tutto da Vale (il cicerone dell’intervista è quello col 43 e mezzo. Ndr) che voleva un gruppo pop-punk sullo stile, ad esempio, degli Stinking Polecats. Conosceva Gevi ed è partito un mini progetto ma senza le idee troppo chiare. La fase embrionale è durata circa 2 mesi e poi sono cominciati i live, da Sound Bonico fino in Sosteria passando per Tendenze e Cuncertass. Io sono arrivato in un secondo momento per sostituire il chitarrista.

Poi è cominciato a nascere “Lost my generation”…

Si, in pratica a dicembre 2015. O meglio, lì è cominciata a crescere la volontà di fare subito un prodotto da pubblicare, poi nel giro di poche settimane ha iniziato veramente a prendere forma con i suoi 6 pezzi. Poi è diventato realtà nel giro di poco tempo negli studi di Real Sound di Milano prodotto da Rocketman Record.

Questo è stato un punto importante: l’arrivo di una etichetta. Come è successo?

Ci hanno cercato loro dopo averci sentito su Soundcloud. Ci hanno chiamato e ci hanno chiesto se volevamo lavorare con loro. Abbiamo accettato subito. Un breve incontro su come e dove indirizzare il lavoro e in pratica siamo partiti. Tutto ciò a ottobre scorso. Fondamentale è stato l’incontro con Ettore Gilardoni. In alcuni pezzi è stato importantissimo per dare il giusto mood alla canzone. Ci ha segnato strade diverse.

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Cosa troviamo dentro questo Ep?

Dentro a Lost my generation c’è sicuramente tanto impegno e tanto sudore. Rappresenta quello che secondo noi è la nostra generazione e i suoi problemi, ma soprattutto la paranoia più grande: quella dell’essere fuori dalla nostra generazione. Nel 2016 facciamo un punk anni ‘90 anche se siamo molto lontani da quel periodo. Siamo in un momento in cui anche solo la voglia di prendere in mano uno strumento è qualcosa di molto raro. Una delle cose che vogliamo fare è riproporre uno stile che c’era già prima, ma rivisitato. Per quanto riguarda in particolare i testi, parlano della gente, dello stare insieme e delle situazioni che ci circondano.

Situazioni che appunto non rispecchiano quelle del ragazzo medio di oggi …

No perché molti ragazzi della nostra età non riescono a capire l’impegno e la fatica che c’è dietro ad un gruppo. Anche solo staccare qualcuno dalla televisione è un successo. Distrarli da quel mondo in cui devi piacere alla massa e saperti vendere, e dove se non sei lì dentro non sei nessuno. Noi ci sentiamo dentro a questo mood negativo, un po’ fra “ai miei tempi…” e il giorno d’oggi, un momento che però non è detto che duri ancora molto. A volte le cose belle vengono riprese col tempo e ci deve essere qualcuno che lo fa ricordare.

“Lost my generation” scorre via veloce in pieno stile punk. Possiamo dire che è un disco che viene da lontano …

Beh si, è un disco che va dal pop-punk-rock anni 90, fino ai Clash. Un incrocio che varia a seconda dell’ispirazione, però il genere arriva da là. Le influenze musicali che caratterizzano la nostra musica sono quelle delle prime cose che abbiamo cominciato ad ascoltare, sono legate a quei gruppi, dai Green Day ai Clash in ambito generale, più vicino a noi, sia geograficamente che temporalmente, ci rifacciamo a Stinking Polecats, i Tough, Mitch & The TeeKays.

Come già detto, è stata la Rocketman Record a trovarvi, qual è il piano di lavoro che vi siete dati?

In teoria abbiamo deciso di fare questo ep come una prova per poi essere portati in giro tramite i loro canali, questo perché l’etichetta crede molto in questo progetto e ce lo ha dimostrato nell’aiuto che ci ha dato in fase di produzione. Per tutti è stato un approccio semi professionistico. Ettore forse si è rispecchiato in noi e per questo ci ha spinti molto. Non è stato il progetto “andiamo in studio e vediamo”, ma avevamo le idee chiare.

A proposito di idee chiare, anche sul discorso generale del progetto The Ferrets sembra sia così, giusto?

Noi vogliamo cercare di lasciare un piccolo segno sulla scena piacentina e allo stesso tempo cercare di portare al di fuori della nostra città quello che facciamo. A Piacenza abbiamo suonato già un po’ di volte, ma altrettante volte fuori. Proprio con l’ottica dell’esibirsi in giro, siamo in contatto con i The Colvins, un gruppo di Cagliari con cui abbiamo iniziato a collaborare e con cui faremo alcune date insieme anche in Sardegna. Cercare di portare le nostre cose in giro è un obiettivo a cui vogliamo arrivare gradualmente, facendo tutte le tappe, ma sempre cercando di lasciare qualcosa di nostro. Ci piace conoscere gente nuova, altri modi di vivere la musica, conoscere altri musicisti. È la cosa che ci piace di più. In questo modo si fanno tante esperienze di tutti i tipi… Come quando per suonare in un posto, abbiamo dovuto portare tutta la strumentazione sul palco con un carrello della spesa… passando per le scale. Anche quella è un’esperienza.