Che pacco il jazz | Countdown per la nuova serata dove aspettiamo il 3AlBot jazz Quartet

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3AlBot Jazz Quartet

Nuovo appuntamento con la serata jazz al più irlandese dei pub piacentini

Il format Che pacco il jazz lo stiamo conoscendo sempre di più, come la filosofia che si porta dietro. Oggi vi presentiamo la nuova realtà che sbarcherà al Dubliners tra 10 giorni, ossia giovedì 13 febbraio, che si chiama 3AlBot jazz Quartet.

La formazione è composta da Loris Lari, il contrabbasso di Lorenzo Buffa, Luca Ceribelli al sax, Davide Bussoleni alla batteria e Francesco Orio al pianoforte; e si propongono di studiare e sperimentare tutte le tradizioni del Jazz, in maniera inclusiva, senza pregiudizi di sorta; il linguaggio che ne fuoriesce è estremamente caratteristico e sintetizza bene le qualità di ogni singolo componente, dando origine ad un suono coeso e libero allo stesso tempo.

Queste le loro risposte alle nostre 4 classiche domande che facciamo a tutti gli artisti che salgono sul palco del Dubliners.

Che pacco il jazz è il nome ironico della rassegna, secondo voi il jazz è un genere d’elite un po’ radical chic oppure ha delle potenzialità per diventare apprezzato da fasce di pubblico sempre più ampio?

Dietro alla parola jazz si celano mille sfaccettature; è un termine che simboleggia l’energia e la vitalità di una musica che è sempre in fermento; una musica che nasce dall’estro e dalla creatività. L’immaginario tipicamente italiano del jazz come genere d’elite non rende giustizia ad un panorama musicale vivo e mutevole, che riunisce sotto di sé sperimentazione e ricerca musicale, destinato a qualsiasi fascia d’età, purché la mente sia libera da pregiudizi. Un sacco di giovani si avvicinano sempre di più a questo genere musicale che sembra il veicolo perfetto della libertà di espressione.

3AlBot Jazz Quartet

Quali strategie bisognerebbe adottare per ”sdoganarlo” definitivamente?

Sicuramente contribuire a creare più situazioni di ascolto che possano incuriosire l’ascoltatore. Il jazz trova molto spazio nei festival italiani ma ha poca visibilità a livello mediatico, probabilmente perché spesso ci si attacca all’idea che sia qualcosa di importato ancora oggi, qualcosa di esterno all’Italia. La realtà è ben diversa, il jazz si suona da decenni e si è radicato nella nostra cultura musicale; abbiamo avuto e abbiamo tutt’ora musicisti incredibili ammirati in tutto in mondo. Ci sono molte organizzazioni in Italia che si battono per la divulgazione di questa musica e per la realizzazione di festival e rassegne dedicate. Si dovrebbe soltanto stare attenti a non cadere nell’esterofilia a tutti i costi: promuovere di più i progetti emergenti a discapito di qualche grande nome estero magari; l’Italia ha tanto da offrire in quel senso.

Free jazz, swing, fusion, gipsy… sono tanti i tipi di jazz che sono stati sperimentati. Secondo voi in quale direzione sta andando questo genere musicale?

Una caratteristica meravigliosa di questa musica è che riesce ad includere nel suo processo di creazione ogni tipo di influenza e sonorità. Partendo dalla tradizione che tutti dovrebbero conoscere si deve avere un atteggiamento di apertura verso l’esterno. Per questo il jazz è mutevole; quando componiamo non ci poniamo freni ma cerchiamo invece di esaltare al massimo questa commistione di generi. Non saprei la direzione precisa della musica di oggi, so soltanto che la sperimentazione continua a vivere in essa e la curiosità deve essere l’elemento base del musicista e dell’ascolta

Jazz dal vivo: ci sono tanti festival importanti in Italia e uno anche a Piacenza: il Jazz dovrebbe essere appannaggio esclusivo dei festival oppure tornare ad essere, come all’origine è stato, la musica dei bistrot, dei pub, di luoghi più popolari, perché?

Oltre ai grandi festival in Italia esiste un substrato di locali, circoli, house concert…situazioni in cui questa musica trova vita e fa crescere i musicisti che la suonano. L’esperienza del musicista jazz deve nascere dall’incontro con altri musicisti in jam session e piccoli concerti, dove si apprende l’arte dell’ascolto e della condivisione. Purtroppo la realtà italiana dei locali è più critica rispetto al passato, per molti motivi… ma bisogna contribuire a tenerla viva proponendo progetti, rassegne, rischiando un po’ di più e portando gli stessi organizzatori a rischiare ed investire sulla musica dal vivo, che dovrebbe essere vista come un investimento a lungo termine e non come un tentativo di accalappiare qualche cliente in più. La musica jazz ha uno stretto rapporto con la componente popolare ed è cresciuta a partire dal piccolo club per poi arrivare al grande festival, che deve essere visto come un punto di arrivo.