Dietro le quinte: Orzorock

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Tutti, bene o male, sappiamo cosa ci troviamo di fronte quando andiamo ad un festival. Le strutture delle cucine con le salamelle e la birra; il palco e le luci; persone che fanno, girano, si perdono e si ritrovano; una scaletta musicale con i gruppi che salgono e scendono. Tutte cose banali, lì da sempre e che per sempre saranno lì. Ma questo è quello che vediamo noi. Noi che arriviamo da casa, stiamo lì qualche ora, beviamo la nostra birretta e alla fine salutiamo qualcuno dicendo: “Oh, bravi! Bello anche quest’anno, mi raccomando anche l’anno prossimo…”. Però dietro c’è tanto altro.

Proprio per parlare di quello che non vediamo, abbiamo voluto prendere ad esempio un festival che magicamente si manifesta sulla sponda sinistra del Trebbia, quasi dal niente (tiriamo pur via il “quasi”), in poche decine di ore, dove di solito albergano zanzare (tante), bagnanti (rarissimi) e qualche macchina sospetta quando il sole scende. Insomma, l’effetto è che, quasi di colpo, “là dove c’era l’erba (più sassi che erba) ora c’è un festival”. Ovviamente stiamo parlando di Orzorock.

Il festival che tutti gli anni prova ad essere, e cito, “la rivincita del rock italiano”, capace di portare sul suo palco gente come i Ministri, Maria Antonietta, Zibba, esce alla calda luce dell’estate gragnanese due giorni all’anno, ma per sapere cosa succede negli altri 363, abbiamo chiesto a Gabriele Gaby Finotti e Alberto Zucconi.

Da dove partiamo? O meglio da dove si parte?
“Ogni Orzorock parte sempre dall’anno prima – ci spiega Alberto – ossia quando, al termine di ogni edizione, facciamo la riunione di chiusura con tutto lo staff. Da lì cominciano una serie di riunioni mensili, spesso proprio qua dove stiamo registrando questa intervista (all’”Asilo”, le sale prove di Gragnano. Ndr), per costruire tutto, perché bene o male la nostra base è sempre l’edizione passata, tutto il resto va costruito”.

Come si può facilmente notare, in loco non c’è nulla…
Assolutamente nulla. Per questo è fondamentale l’apporto che ci danno le associazioni locali tramite le strutture che ci mettono a disposizione, in cambio noi partecipiamo con la nostra mano d’opera ai loro eventi. Bar, strutture, palco, generatori. Tutte cose che dal lunedì/martedì bisogna avere sul posto. Questa unione delle forze è fondamentale. Fondamentale è allo stesso tempo l’esperienza di chi fa tutto questo da una vita. Sulla parte logistica siamo stati fortunati ad avere delle figure che professionalmente sono insostituibili.

Questo ci porta allo staff..
Del gruppo che ha iniziato nel 1994, quando si chiamava Trebbia Live, sono rimasti in pochi, ma nel corso del tempo c’è stato un forte ricambio generazionale. Anche quest’anno per fortuna ci sarà l’ingresso di ragazzi giovani, perché mettere insieme tutto, fra montaggio, cucina e sicurezza, non è semplice. Lo staff esecutivo è formato da 13-15 persone, numero che lievita a 30-40 nella due giorni di festival. La mano d’opera è fondamentale per avere tutto sotto controllo.

C’è un metodo di lavoro particolare?
C’è per forza il confronto e una commistione iniziale fra i vari settori, però con l’esperienza abbiamo capito che bisogna lavorare a compartimenti stagni in cui ognuno ha un proprio compito preciso e sa cosa deve fare. Purtroppo gli imprevisti ci sono sempre, ma è affrontarli di volta in volta che ti prepara a quello che può succedere. Con una specifica: se nella parte musicale, chi più e chi meno, siamo abituati tutto l’anno a gestire la situazione nei vari eventi a cui partecipiamo, sul reparto cucina è diverso, perché quello si fa una volta l’anno e i meccanismi sono diversi. Non sai mai quanta gente viene e il coordinamento è fra molte più persone.

Lato economico e burocratico
Il budget è sempre limitato. Parte sempre dal ricavato dell’edizione passata a cui si somma un contributo del comune e a volte arriva qualcosa dall’esterno. Tutto qua. Fortunatamente le spese della cucina ormai le conosciamo e le sappiamo gestire, quelle per la parte musicale le valutiamo col passare del tempo e della disponibilità. Per quanto riguarda i permessi, non abbiamo grossi problemi perché anche qui il comune di Gragnano ci aiuta sempre e un mese prima dell’evento abbiamo tutte le carte in mano.

E invece la parte musicale come viene gestita?
Anche qua si parte da lontano. Per la scelta dei gruppi siamo sempre attivi a cercare e ad ascoltare cosa propone il panorama musicale. Fra i gruppi che si seguono nel corso dei mesi, la scrematura parte da chi è più “attivo”, ossia che gira e suona spesso, e dalle produzioni più recenti arrivate sul mercato. A parte un paio di gruppi abituè, c’è sempre tanto cambiamento. Per i gruppi da fuori spesso ci appoggiamo al progetto Carovana dei festival tramite cui noi mandiamo dei nostri gruppi in altri eventi e loro ci mandano altri artisti. Per il “guest” è un altro discorso ancora. Partendo ovviamente dalle possibilità economiche, cerchiamo gruppi possibilmente già conosciuti ma che devono ancora esplodere, come è stato per i Ministri e per Zibba.

Siamo a febbraio, a che punto è l’edizione 2015?
La pianificazione organizzativa è conclusa. Per i gruppi invece, questo è il momento del “big bang”. Tutto verrà portato a sintesi tra marzo ed aprile. Per quanto riguarda gli ospiti, bisogna preparare tutto il più presto possibile poiché i nomi più importanti a volte chiudono le date del tour proprio entro aprile.

Una evoluzione molto forte rispetto agli inizi..
Certamente. Siamo partiti nel ’94 veramente da 0. Avevamo un palchetto buttato in piedi, un po’ di panini e della birra. Tutto lì. Ad un certo punto eravamo in 500! Una piccola Woodstock .Infatti il sogno è sempre stato quello di fare due giorni continuati di musica, ma pensiamo rimarrà tale.

Tornando ad oggi, quali sono le preoccupazioni più grandi che non fanno dormire gli organizzatori?
La preoccupazione più grande è per la sicurezza e per qualcuno, e purtroppo c’è quasi sempre, che a volte esagera. Anche cose più piccole (che poi non sono tanto piccole) come, ad esempio, che i generatori non facciano scherzi. Ci sono tante piccole preoccupazioni continue. Certamente anche il tempo, ma per quello non possiamo farci nulla. Tornando alla sicurezza – sottolinea Gaby – abbiamo sempre voluto fare musica senza legarci a qualche cosa di diverso come ad esempio la politica, questo per non caratterizzarci e non attirarci problemi di ogni sorta.

Cosa volete dire ai tanti che non sanno cosa c’è dietro tutto questo o a chi volesse mettere in piedi un festival?
La cosa più semplice che si può dire è che fare una cosa del genere non è per niente facile, e che per farlo in modo preciso, creando tutto dal nulla, devi essere molto motivato. Ci vuole passione per fare tutto, dalla parte musicale, a stare in cucina, alla costruzione delle strutture. Soprattutto possiamo consigliare di partire da qualcosa di piccolo. Cercare di migliorare continuamente e a piccoli passi. Partire da subito con una cosa fatta “in grande”, sempre che si riesca a metterla in piedi, si rischia, molto facilmente, di fare il botto.