Gli Amiss Trio con “Desconhecido” ci portano il Sud America

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In mezzi a tanti suoni pop, rock, folk, a volte ci capita di imbatterci in generi musicali molto diversi e anche lontani da quelle che sono le nostre abitudini musicali. E l’esempio è il nuovo album deli Amiss Trio dal titolo “Desconhecido”. Pierpaolo, Matteo e Jacopo hanno realizzato un album dove i suoni che escono, provengono direttamente dal Sud America, ed in particolare dal Brasile. Il perché di questo amore per questo genere d’Oltreoceano e altre curiosità sul loro ultimo lavoro, le abbiamo chieste direttamente a loro.

Ovviamente le prime domande sono: come e quando è nato quest’album?

È nato di conseguenza dall’ultimo anno di concerti ed esibizioni, dopo l’ingresso del percussionista, Jacopo Pellegrini, dove il progetto si è sviluppato come progetto sonoro. Certamente sulle sonorità delle due chitarre ma soprattutto per la parte ritmica, in quanto il nuovo ingresso è un esperto di musica samba.

Come siete arrivati a queste sonorità?

Siamo partiti da questo interesse generale per la musica sud americana, ma poi ci siamo spinti fino alla choro, la musica popolare brasiliana, un genere antecedente alla bossanova. E’ una musica che viene dalla fine del ‘800. E’ un po’ la musica di strada a cui si sono ispirati i musicisti più eruditi.

I suoni provengono palesemente dal sud America, cosa vi porta lì?

Intanto perché è divertente. E poi è popolare, viva, piena di ritmo e di sfaccettature. Semplice nella forma ma allo stesso tempo immediata. Per i suoi temi molto sviluppati e particolari. Poi il brasile ed il Sud America è ritmo. La chitarra classica in conservatorio parte del 1500 e arriva fino ad oggi, noi ci siamo concentrati su queste cose perché questi suoni sviluppano molto bene la chitarra classica, le chitarre che usiamo noi. Poi ci siamo spinti oltre su suoni più moderni.

I suoni sembrano veramente molto ricercati e studiati. Quanto spazio viene lasciato alla fantasia?

C’è molta, molta improvvisazione. C’è tanto cross over. La base è scritta, ma quello che si cerca è più di carattere jazzistico. Noi facciamo un lavoro di arrangiamento sulla base scritta e poi nel live l’improvvisazione è di tipo quasi jazzistico. Proprio dai live nascono tante cose che poi riproduciamo durante le prove e poi durante la registrazione. Il lato dell’importanza dell’improvvisazione per noi è centrale perché è questo il concetto di musica che vogliamo portare avanti, la centralità dell’aspetto armonico d’improvvisazione.

Come bisogna interpretare il vostro “Desconhecido”?

Fra fantasia e disco. Bisogna pensare ad una situazione semi-improvvisata. Chi ascolta non deve fermarsi a quello che è stato pubblicato, ma andare oltre anche con le sensazioni. Questo è quello che vorremmo. Per non avere un disco di due ore, bisogna riassumere tutto un lavoro in un tot di minuti. Questo anche per renderlo più accessibile e ascoltabile. E questo è il prodotto che ne è uscito.

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Non si può non sottolineare il passaggio dal “duo” al “trio”!

Dopo tanti live abbiamo capito che si poteva sviluppare meglio il suono, aggiungendo una parte veramente ritmica, per definire l’idea che invece c’era già e concretizzare il suono. Il ritmo prima c’era, ovviamente, ma non era abbastanza definito. Era giusto creare nell’immaginario dell’ascoltatore una precisa situazione musicale. Le percussioni usate sono proprio quelle tradizionali, come il pandeiro e il surdo, non fattibili con una chitarra.

La scelta è ricaduta su Jacopo Pellegrini…

Lo abbiamo sentito tempo fa all’Arci Vik, avevamo un contatto ma non gli avevamo mai proposto un progetto vero e proprio. Appena abbiamo sentito la sua samba, avevamo in testa lui nel caso avessimo scelto di aggiungere una sezione ritmica. Dopodiché è passato del tempo, ma alla necessità lui ha accettato subito. Lui ha anche un circolo dove si fanno corsi di batucada, ossia dei corsi collettivi di musica brasiliana, a riprova della sua abilità e della sua conoscenza sul genere che facciamo noi.

E sul suono che accompagna tutte le vostre composizioni cosa ci potete dire?

Noi viaggiamo dalla rumba allo swing, perciò non tipiche della musica sud americana, ma partendo da un choro, la base della musica strumentale brasiliana, per avvicinarci di più al nostro background musicale. Siamo partiti da una samba e l’abbiamo contaminata, ma senza snaturarla della sua essenza.

Quali sono i riferimenti che hanno influenzato la composizione dell’album e delle vostre sonorità più in generale?

Le influenze musicali arrivano da due mondi: dalla chitarra classica, in particolare il repertorio della chitarra sud americana, dal Venezuela al Brasile; poi il jazz degli anni ’60. Ovviamente tanta ispirazione arriva dai grandi della bossanova, ed in particolare Laurindo Almeida su tutti.

Per la parte tecnica cosa ci potete dire?

L’album è stato registrato a Cremona degli studi di Nicola Carenzi in arte Kruz, il Kruz Beat Bazar. Ci abbiamo messo due giorni seguenti, avevamo già tutto in testa e non volevamo perdere quella sensazione e farlo a spezzoni, ma viverlo come un live.  Per i brani, nello specifico, sono 9 tracce. Ha una struttura ciclica, apre e chiude con uno choro, e in mezzo attraversiamo composizioni diverse.

Con al centro sempre il Brasile…

Esatto, infatti solo un pezzo non è brasiliano ma venezuelano. Dentro si trovano brani celebri come Tiko Tiko, poi ci sono omaggi al compositore più importante, Villa Lobos, come la bachiana brasileira riarrangiata dal maestro e uno lavoro sui suoi 12 studi per chitarra, dove però già nel ritmo si ritrova la bossanova. Poi Laurindo Almeida ed uno fuori dal coro che è il Vals numero 3. L’autore dei choro che abbiamo usato è Pernambuco.

Oltre ai suoni tipicamente brasiliani, quali altri suoni sud americani sono vicini a voi?

Sicuramente la musica cubana, la salsa, la cumbia. Stiamo cercando per questo altri musicisti per rendere la nostra musica più completa. Perciò il trio è già una fase che si sta evolvendo. Sia dal punto di vista vocale, inserendo una voce possibilmente femminile, e magari altri musicisti come per il contrabbasso, un fiato, per esplorare nuovi generi. Anche se è tutto è ancora da vedere. Non abbia molti spazi per suonare però è un mondo dove c’è tanta voglia di esibirsi. Trovare live per noi è difficile anche se poi la gente si diverte molto.

In Italia c’è qualcuno che produce suoni come i vostri?

In pratica no. Qua si sono sviluppati altri generi, si lavora tanto con la voce. La musica popolare e quella vocale hanno scelte altre strade, di conseguenza i riferimenti sono presi soltanto dell’estero. Anche per questo che ci stiamo avvicinando ad un canto per arrivare più vicino alla cultura italiana. Ci sono più musicisti che si prestano al crossover, che magari fanno samba, ma già inseriti in altri contesti. C’è chi lo sa fare, ma un genere propriamente così, non c’è.