La corsa all’oro dei Klondike parte con “No money one problem”

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Il 2016 della musica piacentina inizia con una produzione musicale in stile hip hop ma che al suo interno ha tante altre facce. L’album di cui stiamo parlando è “No money one problem” e loro sono i Klondike. La crew è formata da Nic Lo Schiaffo, Millo T e Mucci Bravo, 3 ragazzi piacentini che hanno dato vita ad un album di 10 brani che vanno dal funky, alla dubstep, all’extrabeat e anche al tango. Per farci spiegare un po’ del loro No money one problem, gli abbiamo incontrati per voi.

Intanto spieghiamo il titolo “No money one problem”…

A dire il vero non è solo il titolo dell’album ma è uno stile di vita. Quello dell’arrangiarsi senza materia prima. Un po’ la visione del mondo di oggi: tanti sogni e poco budget. Oltre a questo rappresenta il fatto che l’album è stato completamente autoprodotto tramite i live che abbiamo fatto in giro. I soldi non c’erano e abbiamo dovuto trovarli.

Com’è iniziato il cammino per arrivare al risultato di oggi?

L’inizio è stato quando ho cominciato (Mucci) a chiedere delle basi a Millo T, in partica quando iniziato con l’hip hop. Dopo ci siamo conosciuti io e Nic. O meglio, è stata la sua morosa che mi è venuta a cercare per conto suo. Aveva delle cose che voleva farmi leggere. Una birra io e lui e ho capito subito che poteva nascere qualcosa di importante. Nel frattempo Nic stava già parlando con Millo per altre cose. Al primo incontro sono uscite subito 15-20 idee. Tutto è nato così.

L’immagine di copertina è abbastanza forte, cosa ci dite?

In pratica raffigura il mondo della musica e dell’hip hop in particolare, dove spesso si buttano via tanti soldi senza arrivare a nulla. Molti, soprattutto nel nostro mondo, pensano che basta chiamare un nome grosso per realizzare qualcosa di importante, poi non succede niente perché dietro non c’è né un progetto né una idea. Tutto ciò è raffigurato nell’immagine in cui noi siamo vestiti eleganti ma davanti ad un bidone per scaldarci.

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Appena prima dell’album è arrivato anche il nome ufficiale della crew…

Si, Klondike. Abbiamo deciso un po’ tutti insieme, compresi i 2 “Videovalley” che in pratica fanno parte del progetto. La decisione è stata semplice, quella di ricollegarsi alla corsa all’oro. Quello di avere nello stesso momento il rischio di rovinarsi ma anche la possibilità di fare fortuna.

Fisicamente l’album dove è nato?

E’ stato registrato all’Elfo, da Morrywood (diciamo che schiacciava Rec), grazie alla disponibilità di Alberto Callegari che appena aveva un buco libero ci chiamava. A qualsiasi ora. La parte sonora, fra beat, mix e master l’ha fatta Millo in un piccolo studio di Millyon$. Abbiamo sempre lavorato a 6 mani anche se effettivamente ci hanno lavorato sopra una trentina di persone.

Senza scoprire troppo, di cosa parla “No money one problem”?

Si toccano tanti argomenti rimanendo sempre su tematiche non troppo rap, non la solita roba insomma. Non si parla, o quasi, di disagi, droga, pistole. Si parla di personalità, sogni, delusioni. Chiavi pop che vanno bene un po’ per tutti. Si passa da amori che devono ancora nascere alla paura di qualcosa che non c’è. Diversi temi letti in modo differente perché ognuno di noi 3 ha dato una sua visione. Se dobbiamo classificarlo, è un disco hip hop, ma poi in effetti l’album non è così. Anzi, non è solo così.

Nel titolo e non solo, c’è qualche critica anche ai colleghi…

A noi interessa il nostro lavoro e quello che produciamo, questo a differenza di molti che si autoproclamano. Molti si definiscono come rapper (o sedicenti tali) e facenti parte di quella cultura, poi però scopri che sono ricchi o figli di papà. Su internet si vede di tutto, ma anche a Piacenza non ci facciamo mancare niente.

Questo è un progetto a sé stante o è solo un primo passo?

Sicuramente è il primo passo di un percorso, infatti stiamo già pensando a quello che verrà dopo. L’obiettivo è quello di fare uscire altre cose nella speranza che qualcuno si accorga di noi e che gli passi per la testa l’idea di produrci. Anche per il gruppo che si è creato. Su tutti i lati, dalla registrazione alla produzione, si sono create grandi collaborazioni, oltre a quelle che abbiamo già citato, è stata fondamentale quella con Phoenix Digitals per la grafica, al legame con Simone Berna per le foto e con Cloudhead per aver creduto nel progetto.

Fare un album “completo” nel vostro mondo non è semplice e a volte nemmeno “normale”. Come è stato?

In effetti non tutti quelli che fanno hip hop, o almeno cose che gli si avvicinano, hanno una esperienza del genere. In molti fanno singoli, video, mixtape. Cose che danno notorietà subito ma che però rimangono li. E’ molto più appagante uscire con un album ogni 3-4 anni piuttosto che con un singolo d’ogni tanto. Il bello è nel dare vita ad un progetto intero. In Italia c’è pieno di rapper, ma quanti con un progetto? O con un album?