Mucci Bravo e il suo giardino del rap

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Oggi facciamo un passaggio in un mondo un po’ nascosto, di gente di cui si parla poco ma che invece ha diverse cose interessanti da dire. Facciamo una chiacchierata con Mucci Bravo. Il rapper/hip hopper rivergarese lancia oggi il suo primo Ep con 6 pezzi dal titolo “L’erba voglio cresce solo nel giardino del rap”, disco che arriva dopo i singoli “Sa-sabato” e “Rapperdimerda”, e diverse collaborazioni, di cui vogliamo parlarne insieme in anteprima, insieme a tante altre cose.

Una breve biografia della carriera (solo per l’esigua minoranza che non lo conosce) la facciamo fare direttamente a lui:

Tutto è iniziato 3-4 anni fa, con Piccio, il mio socio storico. Semplicemente sentivamo tante canzoni pop e allora abbiamo deciso di provare a scrivere un pezzo. Ci siamo resi conto che mancava un beat, così abbiamo cominciato a cercare in hip hop instrumental, ma in breve tempo abbiamo capito che era tutto da buttare. Da lì la ricerca è continuata sia dal lato musicale che per quello che riguarda i testi. Abbiamo deciso di parlare di cose che ci rappresentano, ossia raccontare le nostre storie, i nostri momenti e le nostre serate. Cose leggere da mettere su Youtube e Facebook. Così è nata l’idea di Sa-sabato. Questi sono stati i primi passaggi.

E quello successivo?

E’ stato quello creare qualcosa di completo. Non avevamo idea come si facesse a passare da una bozza ad un pezzo vero e proprio. Un giorno, a caso, ci fermiamo al Mofo e dal niente, solo col pezzo sul cellulare, abbiamo registrato (un grazie va soprattutto a Francesco Spelta che ci ha insegnato un po’ come fare tutto). Avevamo 60 Euro in tasca in due, giusto giusto quello che serviva per registrare un paio d’ore. Abbiamo buttato il pezzo su chiavetta, chiamato un nostro amico che ha fatto un video con mezzi minimi, e abbiamo partorito Sa-sabato. Un prodotto che è nato dal nulla, molto homemade, senza un vero background culturale, ma che ha avuto un discreto successo. Poi l’avventura con Piccio è continuata e ci ha fatto crescere, anche con figuracce come dimenticarsi la canzone durante un live, ma anche cominciando a guadagnare i primi soldi e ad essere chiamati in diversi posti. Con esperienze strane come quando un’etichetta ci ha chiamati facendoci tanti complimenti su quanto eravamo bravi e alla fine ci ha chiesto 300 Euro a testa…. Cose strane insomma. Tutto questo fino a quando ho sentito che il mio socio stava perdendo un po’ di forza e allora ho cambiato un po’ strada.

E lì sono iniziate diverse collaborazioni…

Esatto. Soprattutto è arrivata “Piacenza Style”, quella che per il momento è la più conosciuta, forse perché parlava in modo ironico della nostra città e il testo era facile da ricordare. Ho lavorato prima con Antonio Ferrari e poi è nata la crew 7×100, con MorryWood, AleKos, Piccio, Nic Lo Schiaffo, Smoker e Broken, con cui è uscita “Rapperdimerda”, arrivando ad un pubblico che prima non era recettivo verso queste cose. E adesso si sta lavorando da un anno a questo Ep di 6 tracce. Registrato da Audiozone e gestito da Techfood, che hanno curato la registrazione di tutto il prodotto.

Per arrivare a “L’erba voglio cresce solo nel giardino del rap”: possiamo dire che un po’ figlio delle tante collaborazioni di questi anni?

Certo, io non sono mai da solo. Anche per il semplice fatto che non sono ancora pronto per iniziare e finire un lavoro del genere da solo. Ho bisogno di chi mi sprona a livello mentale e coordini dal punto di vista tecnico. Anche se la cassa dritta ha sempre ragione (!), ci sono parti di una canzone che devono essere diverse, magari più melodiche, e lì devo essere supportato da qualcuno che lavora su un genere più “ascoltabile”. Poi oltre alle motivazioni sopra, non sono mai da solo perché mi piace chiamare tutti, anche se purtroppo nessuno mi chiama mai per una collaborazione… (lo dice ridendo… un po’. Ndr).

[[{“type”:”media”,”view_mode”:”media_large”,”fid”:”2081″,”attributes”:{“alt”:”La copertina dell’Ep”,”class”:”media-image”,”height”:”480″,”style”:”float: left; margin: 5px;”,”title”:”La copertina dell’Ep”,”typeof”:”foaf:Image”,”width”:”473″}}]]Andando nel particolare, si parla di diversi temi, ad esempio di donne, quelle un po’ “impegnative”…

Sono racconti ispirate a storie realmente accadute. I riferimenti alle persone sono casuali, ma le troie sono vere. È un tema difficile da toccare con l’hip hop, perché di solito escono sempre cose un po’ maschiliste. È una lettura in chiave ironica di situazioni con alcune donne che ci sono state giusto il tempo di entrare in una canzone. Mi piace parlare delle mie ex in modo divertito, ma so che poi, quando si diventa seri, le colpe per una storia che finisce, sono di entrambi. Per la parte tecnica di “Bye bye” (il pezzo in questione) la scelta della base è particolare, non tutti se ne accorgeranno, ma il campionamento è degli ’N Sync, “Bye bye bye”. L’ho presa da un vinile di Karl Scotch proprio mentre cercavo le basi dell’ep e l’ho sentita subito forte.

“Siam quelli” invece va molto in un trend del periodo, ossia quello di vedere in modo nostalgico quello che è stato solo, in pratica, ieri l’altro. Un po’ un “come eravamo”

Si perché avendo vissuto i primi duemila, c’è stato un cambio in dieci anni davvero molto secco. La musica, la gente, il modo di approcciarsi, la comunicazione. Non si può rimpiangere, ma è stata una cosa forte che va raccontata. Questo “momento social” fa passare le cose troppo in fretta. Prende un talento, lo sfrutta e in un attimo se lo dimenticano tutti. Questo lo voglio far passare a chi è più giovane di me. L’11 settembre ha cambiato il mondo d’impatto, invece i social sono bastardi, cambiano tutto in modo virale.

Appunto, nei pezzi si parla dei social e soprattutto di alcuni suoi utenti, e non in maniera molto positiva (ma basta controllare gli aggiornamenti di stato di Mucci per capire come la pensa)…

Anche io lo uso in un certo modo, un po’ particolare, e faccio storgere il naso a qualcuno, ma molti lo usano per metterci la propria vita, come la patente o il tatuaggio. Il social tira fuori anche cose che non sono vere, come l’autoscatto, che ti impone di ridere per forza anche quando da ridere, forse, dietro la foto, non c’è proprio niente.

“Commerciale” invece è quasi un mea-culpa. Un mea culpa che però non dispiace neanche tanto?

È un pezzo di Nick Lo Schiaffo, di cui abbiamo fatto anche il video con i Videovalley, che nasce dal fatto che tutti quelli che si definiscono rapper mi definiscono commerciale. Ma io un disco non l’ho ancora fatto, come faccio ad essere commerciale? Io faccio questo, in questo modo, da sempre.

Allargando lo sguardo, il rap è un mondo, che almeno in Italia, tende a criticare il mainstream, il commerciale appunto, ma che poi spesso ci casca dentro. Per te cosa può essere commerciale oggi, e poi, è proprio un male assoluto?

Essere commerciale o non esserlo, oggi, senza un unico canale su cui passare come 30 anni fa, lo sceglie il pubblico. Adesso abbiamo tutto, non c’è più nulla di commerciale. La rete ci ha dato democrazia, almeno un briciolo. Chiunque davanti al pc, con una chitarra, se è bravo, capita che qualcuno lo noti e lo pubblichi. Oggi un produttore lo puoi trovare anche così. Oggi è cambiato tutto. Per esempio per essere definito commerciale ci si può basare sul fatto che hai degli haters. Un hater vale dieci fan. Prima questa cosa non esisteva, ma adesso devi prenderla in considerazione.

A questo punto non possiamo non parlare di alcuni artisti molto criticati come Fedez, J-Ax, e delle loro “scelte talent”…

Io di J-Ax non parlo male. Continua ad essere il mio cantante preferito. Come argomenti, canzoni e tracce. Promuovo anche Fedez come metrica e come temi, ma per X-Factor invece lo apprezzo meno, perché andare in quei contesti dopo aver fatto gavetta, tanto impegno e tanti no, a giudicare persone che quel percorso non lo fanno, non mi va bene. Ci sono talenti fuori dal normale, ma quella non è la strada. Preferisco rimanere qualcuno qua per tanto tempo, che uno per tutti solo per un anno o due.

Tornando a te, nelle tracce non c’è solo il rap da strada, da combo insomma, ma c’è del pop (con un sapore un po’ anni ‘90), un po’ di dance e soprattutto basi elettroniche. Non è una cosa molto “italian style”, o no?

Il vero rapper fà la vita da rapper. Io non sono così, non sono solo così. C’è la voglia di mischiare tutte le cose che piacciono a me, fino alla dance o alla musica house. La mia chiave canora è hip hop. In questo modo cerco di arrivare a tutti i tipi di ascoltatori. Per me deve essere d’impatto il testo e in questa parte c’è il rap. Anche se so bene che adesso la figura del producer è molto importante, oggi avere un beat di uno cazzuto tira molto. Io però cerco di metterci dentro sia la base sia il testo. La cosa deve funzionare nel suo complesso. Sento hip hop emergente che dice sempre le stesse cose e allora io voglio cambiare, mischiare.

Hai detto che non sei un vero rapper?

No, non sono un rapper. Per definirsi tale si deve partire da una cultura che non sento di rappresentare. Io mi avvalgo solo della facoltà di rappare, ma non tocco tutte le frange dell’hip hop. Le mie cose sono satiriche e uso l’hip hop perché è alla portata di tutti, per arrivare a tutti.

 Facendo la chiosa, cosa si salva e cosa c’è da buttare nel mondo rap, hip hop italiano di oggi?

Io salvo tutto, tranne quelli che vogliono fare hip hop da spacconi, quelli che ci credono troppo. Oltre a questo c’è da scartare quelli che vanno a X-Factor a fare rap. Se è possibile bisognerebbe cancellarlo perché è un programma che crea sogni che poi svaniscono.

Abbiamo parlato di passato e presente, per il futuro?

Da quando ho chiuso il disco, c’è un progetto molto più serio. Fatto con le persone di cui ho più fiducia da sempre, come Nick lo Schiaffo e il producer Millo T. Sono pronte varie tracce tutte di generi molto diversi, per avere un prodotto completo. Tutto con produzioni video di Walter Maudi dell’Oligoro.