Vi presentiamo thisiscavehood, “non rapper” per caso

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Simone ha 21 anni. Gli piace cantare e scrivere canzoni. Dice di non essere un rapper. E in effetti non lo sembra.

Questa potrebbe essere la sintesi dell’incontro che ha avuto il sottoscritto con  Simone Cavehood (il vero cognome lo omettiamo) in arte “thisiscavehood”.
Simone ci ha incuriosito con il suo primo prodotto ufficiale “Non sono un rapper. Vol. 1”, che potete trovare per intero qua: http://bit.ly/2gIvB6G (su Itunes potete trovare anche altri 2 singoli “parole d’inchiostro” e “sabrina”. Ndr). Un lavoro che, come mia prassi, non sto qua a giudicare, ma che è sicuramente interessante perché, come ci ha spiegato Simone, è quasi interamente autoprodotto. E allora andiamo a conoscere thisiscavehood.

Nome ed età ce li hai già detti, poi cosa ci puoi dire?

Che faccio musica da sempre. Già da 8 anni cantavo in chiesa ma le prime cose scritte da me, dovrebbero essere nate un giorno a elementari in cui non avevamo lezione. Al volo ho scritto e cantato una canzone. Dopo quel giorno, tante cose nonsense solo per giocare. Poi col tempo la cosa è diventata più ricercata anche facendo due anni di Nicolini. Allo stesso tempo sono nati altri interessi come quello per la lingua inglese e per i fumetti, interessi che però negli ultimi 5-6 ho messo da parte per dedicarmi solo alla musica.

Come e dove nasce questo album? E perché proprio adesso?

Questo progetto è nato per caso. Avevo un certo numero di tracce e nel frattempo è nato col telefonino “io non sono un rapper”. Non era niente di serio, però avevo qualche verso rap già scritto, perciò non era solo una semplice fantasia. È arrivato adesso perché non finisco mai le cose, una delle tracce si chiama “come in” ed è addirittura di 2 anni fa. In mezzo a tante cose arrivate a metà, questo è il primo progetto finito.

Ascoltato nella sua interezza, è un disco che suona abbastanza cupo. Te lo sei ritrovato in mano così o era così che doveva uscire?

Assolutamente uscito così. Io scrivo quello che sento e la gente che ascolta le mie cose mi dice sempre che sono cose strane, oscure. Non è fatto apposta, mi escono così. C’è chi fa cose che fanno ballare ed io invece faccio queste. Proprio non ci posso fare niente.

Un album praticamente autoprodotto nella sua interezza…

Si, ho fatto quasi tutto io. I testi e i beat. L’unica cosa “esterna” è stata la registrazione fatta all’Elfo Studio di Tavernago da Morrywood, di cui si può anche sentire la voce in “tutto regolare”. Per il resto, dal mio lavoro rimangono fuori solo il beat di “come in” che è di Pogo che mi ha gentilmente concesso, e quello fatto insieme ad un mio amico, Mister Alexis. Avevamo già fatto insieme Never told you, un pezzo solo strumentale, qua invece è un pezzo completo con la particolarità che i suoni che si sentono all’inizio, sono la mia voce mixata e modificata.

Dal titolo si capisce chiaramente che anche tu come altri, ti definisci un “non rapper”, perché?

Beh, il titolo dell’album riprende quello di una canzone, e tra l’altro questa frase l’ho inserita, quasi a caso, solo alla fine. Facendo un discorso più sensato, c’è una certa tendenza a distanziarsi dall’essere rapper, probabilmente diversi motivi, ma io l’ho scritto perché in effetti non l’ho mai voluto fare. Io scrivo le canzoni e le canto. Punto. Anche nei suoni, non ho scelto qualcosa in particolare, ho voluto abbinare le parole a della musica che mi piacesse. Più che cercare qualcosa “fuori”, voglio buttare fuori qualcosa da dentro. Ad esempio la trap, quando facevo altre cose, nel 2011, c’erano già basi trap non cantate, le conoscevo e mi piacevano ma in questo progetto però non ce n’è quasi traccia anche se adesso funziona molto. Questo perché ho voluto fare una cosa mia, per provare qualcosa di diverso. Un album con suoni e ritmi diversi.

La scena piacentina, sicuramente è molto viva. Tu ti rifai ad una parte in particolare di questa?

Io non lo seguo molto, un po’ per scelta, un po’ così. I rapper a Piacenza li conosco un po’ tutti e ho fatto anche alcune collaborazioni che però sono ancora lì ad aspettare una conclusione. Ho avuto anche amicizie con alcuni ragazzi che fanno musica in quel panorama, ma adesso ho perso un po’ i contatti. Saluto tutti quelli che vedo in giro, ma non ho grandi amicizie.

Ci sono cose che di questa scena ti hanno influenzato?

Ci sono cose che mi convincono e altre un po’ meno, ma non seguendola molto non posso giudicare ma sicuramente non c’è qualcosa che abbia influenzato le mie cose. A me piacciono cose molto lontane, come ad esempio un gruppo fortissimo che si chiama Menomena, prima in 3 adesso in 2, che non fanno niente dal 2012 ma suonano tantissimi strumenti. Ho tutti e 4 i dischi. Ma poi vado dai Deep Purple, che non avevo mai ascoltato fino a poco tempo fa, fino ai Metallica e ai Cataract. Ovviamente certi suoni legati a rap, li ho sempre ascoltati, come Caparezza o Bassi Maestro in Italia o ancora Drake e G-Eazy in Usa.

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Tornando all’album, c’è una canzone che è quasi una ninna nanna, Parole d’inchiostro, come nasce in mezzo a pezzi di forte stampo hip hop?

È una canzone che ho scritto l’anno scorso. E’ una canzone dedicata ad una persona perché nasce da una storia d’amore. Forse è un po’ banale ma il testo cadeva bene, soprattutto la seconda e la prima strofa mi piacciono molto. Non doveva essere nell’album, ma dato che l’avrei fatta comunque, l’ho voluta anticipare. Mia nonna mi ha detto che è troppo bella e fa sfigurare le altre (Ps: mia nonna adora Drake).

Il mood spesso è più verso un’atmosfera da stanza che da club, ti rappresenta?

In effetti non è proprio un album da live. È un album per me, non voglio mica diventare famoso. Volevo iniziare una cosa e finirla (finalmente). Innanzitutto non scrivo per fare autocelebrazione come a volte succede in questo genere musicale, per me il rap è un mezzo per trasmetterle. Ho cercato di combattere un po’ i clichè, di rap c’è la metrica, ma tutto il resto mica tanto.

Nei testi escono paure, ricordi e ringraziamenti impliciti: c’è dentro molto del tuo intimo. E’ un album per tirare fuori qualcosa che di norma non si riesce a dire?

È un progetto voluto così. Io ho un modo strano di scrivere: scrivo ma non rileggo. Questo funziona meglio per i testi non per canzoni, ma anche nella musica, dove per forza bisogna tornare a rileggere e a correggere, lo faccio davvero poco, in questo modo mi ritrovo quello che è uscito immediatamente, senza quasi mettere dei filtri insomma. Solo in “con affetto simone”, il testo è stato un po’ voluto, nelle altre invece, quello che esce lo accetto.

Chiudiamo con il titolo “This is Cavehood Vol.1”, dobbiamo presupporre che c’è ancora materiale da editare per una seconda parte?

Il volume 2 non esiste. Stavo scrivendo un altro album, che non ha ancora un nome e in cui ci possono finire molte altre cose. Questo si chiama volume 1 perché volevo fare il simpatico. No dai, nel mondo rap spesso c’è il numero del volume, e allora l’ho messo anche qua. E’ una cosa che ci ho voluto mettere io, un po’ come è stato per tutto il disco. A riprova di questo, e del fatto che il rap per me è un mezzo e non uno status, non ci sono nemmeno featuring perché non volevo che rischiare di perdere il significato di questo lavoro. Non volevo che ci mettesse le mani qualcun altro.